AGORÀ ARCHEOLOGIA “ECHI DELL’OLTRETOMBA EGIZIO”

Il Museo Archeologico di Bologna apre “Agorà Archeologia”, un nuovo spazio pensato, come le antiche piazze delle poleis greche, per l'incontro e il confronto: una piazza “archeologica” per mantenere e rinsaldare il legame tra la città, il suo patrimonio, i cittadini e i visitatori attraverso mostre dossier, incontri, visite guidate, laboratori e uno spazio per l'accessibilità. Il primo progetto espositivo è dedicato a Dante Alighieri nell'anno in cui ricorre il settecentesimo anniversario della morte:"...che mi fa sovvenir del mondo antico". Archeologia e Divina Commedia a cura di Marinella Marchesi, allestita dal 1 luglio al 1 novembre 2021.A cura di Marinella Marchesi 

La civiltà egizia offre, attraverso testi e immagini che li illustrano, una delle più articolate descrizioni a noi note dei “regni” dell’Aldilà e del viaggio che i defunti dovevano percorrere attraverso di essi. I Testi delle Piramidi dell’Antico Regno, che compaiono all’interno delle sepolture regali, seguiti nel tempo dai Testi dei Sarcofagi del Medio Regno e dal Libro dei Morti del Nuovo Regno, che impongono il culto di Osiride sia in contesto privato che regale, narrano le vicissitudini del defunto lungo il cammino che lo porterà alla rinascita, dopo aver superato molte prove e fatto cattivi incontri. Allo stesso tempo questi testi costituiscono una vera e propria guida, senza la quale la conquista della meta finale risulterebbe quasi impossibile per il defunto.

La salvezza, per gli Egizi, passa quindi attraverso strade infestate da demoni mostruosi pronti a incenerire o divorare i defunti, giudici preposti a valutare la correttezza dell’operato umano, collocati a guardia di porte che si aprono su luoghi infuocati. In ogni momento del loro viaggio, i defunti rischiano la dannazione, prima e dopo la prova della pesatura del cuore, e questa dannazione consiste nella loro consegna a geni multiformi che li possono incatenare, imprigionare, mutilare, torturare.

Tuttavia, la conquista del regno di Osiride, paragonabile ad una terra fertile in cui le anime raggiungono un benessere simile a quello dei dignitari terreni, non era l’ultimo obiettivo dei defunti, che continuavano a sperare di salire, un giorno, sulla barca di Ra, il sole, per poter ritornare alla luce, come descritto nel Libro dell’Amduat.

Nella visione egizia, dopo il tramonto il sole percorreva su una barca il mondo sotterraneo, dal quale usciva il mattino dopo per tornare in cielo. Suddiviso in caverne, ciascuna delle quali articolata in registri, questo mondo era popolato da divinità, demoni ibridi, serpenti ma anche da defunti, che ogni notte anelavano alla visione del sole, così da essere riscaldati per qualche istante dalla sua luce. Il Libro delle Caverne, insieme ad altri testi dell’Aldilà, descrive come nella parte sotterranea di questo mondo risiedano i dannati, sottoposti alle più diverse pene e a svariati supplizi. Ad essi il sole non rivolge il proprio sguardo, impegnato nel proprio percorso di rinascita, verso l’alba di un nuovo giorno.

Gli influssi che questo complesso sistema teologico ed escatologico ebbe sulle altre culture del bacino del Mediterraneo sono molteplici e vanno dalla tradizione greca a quella neoplatonica fino allo stesso Cristianesimo.

Non si possono non ravvisare in Dante echi di questa concezione dell’Aldilà, echi la cui provenienza è ancora dibattuta. È comunque molto probabile che molti di tali elementi, tra cui la cosmologia dantesca, derivino dalle “Visioni dell’Aldilà” medievali, modellate sull’Apocalisse di Paolo, un testo apocrifo di età tardo-antica scritto in Egitto, risultato della fusione di molteplici culture, tra cui proprio quella egizia, insieme a quelle ebraica, cristiana, greco-romana e vicino-orientale.

La catabasi e i suoi protagonisti

All’inizio del suo cammino, poco dopo l’incontro con Virgilio, Dante dichiara alla propria guida di sentirsi indegno di affrontare il viaggio oltremondano, non reputandosi all’altezza dei nobili predecessori Enea e San Paolo. Ad essi la grazia divina aveva concesso di esplorare i regni dell’Oltretomba prima della morte, per portare a compimento una precisa missione provvidenziale. È dunque chiaro fin dal principio come il viaggio di Dante si inserisca in una ricca e lunga tradizione narrativa di discese agli Inferi – le catabasi – le quali hanno origine, nell’ambito della letteratura classica, dall’evocazione delle anime dei defunti – la nekyia– di cui è protagonista Ulisse nell’XI canto dell’Odissea.

Dante, che non conosceva il greco, non ha accesso diretto ai racconti omerici, ma trae le proprie conoscenze sull’Aldilà greco e sui personaggi che l’avevano percorso ancora in vita dagli autori latini: primo fra tutti Virgilio, poi Ovidio, Lucano e Stazio.

Nella Commedia sono quindi esplicitamente ricordate le catabasi di Teseo e di Ercole e il poeta incontra tra i dannati Orfeo e Ulisse, le cui note esperienze oltremondane non sono tuttavia mai menzionate nel poema.

Ma è la catabasi di Enea a rappresentare il modello principe del viaggio di Dante nelle regioni infernali. Il racconto che ne fa Virgilio nel VI libro dell’Eneide costituiva, del resto, un archetipo anche per la letteratura latina, presentando una delle descrizioni più ampie ed organiche, oltre che più antiche, dell’Ade romano.

Moltissime sono le similitudini, nella geografia dei luoghi e nei personaggi che li popolano, tra l’Averno dell’Eneide e l’Inferno dantesco e sono altrettanto numerosi i parallelismi tra Enea e Dante negli atteggiamenti e nelle dinamiche di incontro con le anime o i custodi dell’Oltretomba, seppur piegati alla visione cristiana e al contesto contemporaneo.

Dante è quindi ultimo nella schiera dei protagonisti di catabasi del mondo antico, ma da essi si differenzia per due aspetti sostanziali: da un lato il suo viaggio non si esaurisce con una discesa tra i dannati, ma deve provvidenzialmente trovare compimento in un’ascesa salvifica al Paradiso; dall’altro egli, per la prima volta, non è un eroe, di cui l’impresa nell’Ade celebra la gloria, ma è un uomo in lotta col peccato, che attraverso il viaggio deve trovare la strada per la propria salvezza e mostrarla all’umanità intera.

I custodi infernali

I regni ultraterreni degli antichi, dai quali Dante trae i propri modelli, sono sempre popolati da figure mostruose e ibride che svolgono la funzione di custodi dei luoghi e di guardiani dei passaggi. Si tratta di esseri liminali, la cui funzione è quella di accogliere le anime, giudicarle, accompagnarle al loro destino, per lo più incutendo terrore per le loro caratteristiche fisiche o per la brutalità dei loro modi, incarnando quindi la naturale paura della morte e del passaggio verso una dimensione sconosciuta.

I guardiani dell’Inferno dantesco derivano prevalentemente dall’Eneide: dal poema virgiliano Dante non trae soltanto i personaggi, ma riprende innumerevoli particolari della loro descrizione, nonché diverse ambientazioni. Come esempi, si possono citare la figura di Caronte che si staglia sulle scure onde del fiume infernale; il giudice incarnato da Minosse; la città di Dite sulle cui mura svettano le Furie; il rabbioso Flegiàs e i Giganti confitti nel fondo dell’Inferno. Altro modello di riferimento per Dante nel descrivere questi esseri è Ovidio, con le dettagliate descrizioni delle sue Metamorfosi.

Tuttavia, nella rappresentazione di questi esseri, Dante si distacca dalla tradizione classica, spinto dalla necessità di conferire loro una natura demoniaca, di farli diventare incarnazione del Male, in relazione al peccato, contrapposto al Bene, che conduce alla salvezza. L’assimilazione delle creature mitologiche a demoni infernali non è un’invenzione dantesca, ma il prodotto del pensiero cristiano, quando questo dovette affrontare e spiegare le credenze proprie del mondo classico. I mostri della mitologia pagana ben si prestavano a dare vita a diverse espressioni del demonio, che per i cristiani era caratterizzato da una forza violenta e da una natura bestiale.

Nella convinzione, quindi, che la discesa agli Inferi di Enea fosse realmente e storicamente avvenuta, e che Virgilio ne avesse riportato la descrizione informato da un’antichissima tradizione, travisata dal velo del paganesimo e quindi dall’ignoranza del sapere cristiano, Dante ripercorre i passi dell’eroe troiano, reincontrando quegli stessi guardiani mitologici e reinterpretandoli questa volta nella prospettiva della conoscenza del vero Dio e del destino delle anime a lui fedeli.

Nell’immagine qui accanto, la stele etrusca da San Michele in Bosco (Via San Mamolo, Bologna), databile agli ultimi decenni del V sec. a.C., raffigura un anziano Caronte, riconoscibile dall’oggetto che impugna – un remo o un timone direzionale -, che rapisce una defunta per condurla verso l’Aldilà.

Gli dei pagani in Paradiso

La struttura del Paradiso di Dante ripropone la dottrina cosmologica aristotelico-tolemaica secondo la quale la Terra, posta al centro dell’Universo, è circondata da nove cieli, sfere cave contigue tra loro e concentriche, sovrastate e circondate dal decimo cielo, l’Empireo, di tradizione cristiana. I primi otto cieli prendono il nome dal corpo celeste che gira solidalmente con ciascuno di essi, nell’ordine i pianeti Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno e, da ultimo, le Stelle fisse.

Ciascuno dei pianeti diviene nella Commedia simbolo di un grado di beatitudine e strumento realizzatore del disegno divino. Dante era infatti convinto, seguendo le dottrine a lui contemporanee, che gli astri esercitassero peculiari influssi sugli uomini, divenendo mediatori della volontà divina: alla Luna era attribuita l’incostanza; a Mercurio l’amore per la gloria terrena; a Venere la tendenza all’amore; al Sole la sapienza; a Marte la combattività, a Giove la giustizia; a Saturno il desiderio di meditazione.

Era opinione peculiare della cultura medievale che gli antichi avessero dato concretezza a questi influssi, personificandoli in divinità cui attribuirono il nome dei pianeti. Dante, dunque, crede fermamente, come i suoi contemporanei, che i miti pagani nonfossero del tutto esclusivo frutto d’invenzione poetica, ma che celassero nel profondo verità interpretabili cristianamente. Gli antichi avevano infatti intuito, per quanto approssimativamente e nebulosamente, il vero Dio e ne avevano spiegato le sue varie espressioni ed emanazioni attraverso la creazione di molteplici divinità, rimanendo in un errore che poteva essere sanato solo dalla rivelazione.

È pertanto questa profonda convinzione che porta Dante a chiamare Cristo con l’appellativo di Giove, ad invocare lo Spirito Santo con il nome di Apollo e ad utilizzare il nome di Elios per indicare Dio.

 

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