“SIBI ET AMICIS”, IL MONDO SEGRETO DEGLI EX LIBRIS – II PARTE

Tra Otto e Novecento, da Gustav Klimt a Kolo Moser, da William Morris ad Aubrey Beardsley, da Edouard Manet, Franz Marc a Picasso, il genere dell’ex libris ha interessato gli autori più celebri. Esso ci svela parte dell’identità più intima del suo possessore. Gusti e desideri dei suoi committenti e l’invenzione degli artisti hanno determinato la sua fortuna che vive ancora di una assai larga e apprezzata diffusione.

Dio è il mio rifugio, Il timore di Dio è l’inizio di ogni sapienza: insieme a tali formule impiegate come motto dei primi ex librisse ne potrà trovare anche un’altra – Sibi et amicis –ispirata da sentimenti di condivisione, in nome di quello stesso amore per la conoscenza che si intendeva subordinato alla devozione per Dio; poichè il conoscere è un beneficio, non solo per l’anima del singolo, ma per l’esistenza comune.

“Sibi et amicis”, Per sé stesso e per i propri amici, è questo il motto con cui Albrecht Dürer corredava l’ex libris concepito per Bilibaldo (Willibald) Pirckheimer (1475-1530).

Cittadino insigne della città natale di Dürer, Norimberga, Willibald Pirckheimer fu un giurista, uno storico erudito, traduttore dal latino, dal greco e dall’ebraico; egli visse per alcuni anni in Italia ove studiò all’Università di Pavia, e divenne un tramite per la diffusione della cultura umanistica in Germania, anche attraverso la costituzione di una propria importante biblioteca.

Dürer, che compì un analogo percorso di conoscenza della cultura rinascimentale presso i centri dell’Italia settentrionale al volgere del Quattrocento, ne divenne intimo amico, e lo ritrasse in diverse occasioni.

La xilografia dell’ex libris di Bilibaldo è ottenuta da diverse matrici in legno, una per la figurazione e l’altra per le iscrizioni presenti lungo il margine inferiore e superiore della stampa. Al centro, in una cornice formata da due cornucopie ricolme di pampini e da una ghirlanda di memoria classico-votiva tra due putti e un bucranio, due geni alati disposti intorno ad un cimiero piumato sostengono gli scudi con i simboli araldici di Pirckheimer e di sua moglie Crescentia Rieter. Al di sopra corre il motto “Sibi et amicis P.[ositus]”, mentre in una riserva lungo il margine inferiore si legge: “Liber Bilibaldi Pirckheimer”; in alto in altra riserva corre poi una triplice iscrizione, ripetuta in ebraico, in greco, e in latino, che afferma come il principio di ogni sapienza collimi con un sentimento di timore per Dio.

 

Il motivo araldico, parte preponderante dell’ex libris, permane ancora lungo i secoli XVII e XVIII. E spesso tra Sei e Settecento l’ex libris e il biglietto di visita figurato coincidono. L’identità del possessore insiste sui medesimi concetti: insieme alla difesa della proprietà del libro o del manoscritto – beni di elevato valore economico –  l’ex libris  trasmette uno status proclamatodalle pagine di quell’erbario segreto, di quella foresta silente e ramificata che è il mondo di una biblioteca.

Si guardi ancora al motivo con cui Francisco Goya (Fuendetodos, 30 marzo 1746 – Bordeaux, 16 aprile 1828)predispone il progetto per un ex libris destinato al nobile Gasper Melchor de Jovellanos, ideando intorno al 1798 un fastigio ricoperto da morbida stoffa legata da nappe cadenti, su cui spicca lo scudo con l’arme del Ministro di Grazia e Giustizia spagnolo. La pittorica morbidezza del tratto ad acquaforte ne fa un capolavoro di nobile ed austera eleganza. L’invenzione della stoffa che avvolge e stringe le forme del fastigio conferisce alla monumentalità dell’immagine il carattere di un apparato effimero da festa, e trasforma la cifra araldica in simbolo permanente di grandezza. Jovellanos, che strinse un legame d’amicizia con l’artista, venne ritratto nello stesso 1798 da Goya in un dipinto che ora si trova nelle collezioni del Museo del Prado a Madrid.   

Anche le principesse di sangue e le nobildonne impressero un simile contrassegno entro i libri delle proprie raccolte. Citiamo due esempi illustri, qui di seguito associati ai volti delle legittime proprietarie affioranti dallo splendore luminoso dell’epoca napoleonica, ma irto di amare difficoltà per le due dame, protagoniste e vittime dei burrascosi capovolgimenti politici sullo scacchiere italiano ed europeo tra il sorgere e il declino dell’astro di Bonaparte.

Il primo ex libris è quello di Carolina Bonaparte (1782-1839), sorella minore di Napoleone e sposa di Gioacchino Murat, regina di Napoli tra il 1808 e il 1815: una semplice iniziale, una C, è incisa su uno scudo gotico antico sovrapposto al grande stemma di Gioacchino Murat Re di Napoli, che fonde l’arme del primo Impero francese con l’arme del regno di Napoli. L’ex libris di Carolina Bonaparte esprime grazia e regalità, eleganza e imperio.

Il secondo è quello di Maria Luisa di Borbone d’Austria (1782-1824), nata Infanta di Spagna, Sovrana d’Etruria e poi Duchessa di Lucca dal 1817. Il suo ex libris presenta entro il motivo di una cornice classica la figura della dea Minerva assisa sul proscenio, in atto di indirizzare un gesto nobile e interlocutorio verso una coppia di amorini, mentre sullo sfondo si staglia l’incipit oraziano “NIL INVITA MINERVA”, dall’Ars Poetica, che allude alla grandezza imperitura delle opere della sapienza. La frase dall’Epistola di Orazio recita nella sua completezza: “Nil invita Minerva quae monumentum aere perennius exegit”, ovvero “Minerva innalza un monumento più saldo e duraturo del bronzo”. Da quando Napoleone la pose a capo del ducato toscano, dopo un periodo di esilio e prigionia durato sette anni, strenuo fu il suo impegno – tra le altre azioni di governo – per promuovere Lucca quale centro di formazione universitaria di alto rilievo scientifico. Non c’è da stupirsi dunque che la Duchessa Infanta abbia scelto Minerva quale simbolo per la propria guida riformatrice, dichiarata finanche dalla soglia cartacea dei propri libri.

 

Notiamo poi, in qual misura, a confronto con gli impianti aulici degli esempi precedenti, risultino distanti e diversamente concepiti gli ex Libris di due dame della alta borghesia di inizio Novecento: la milanese Antonia Suardi Ponti (1860-1938) e la veneta Elsa Albrizzi d’Este di Zenobio.

 

Tra Otto e Novecento, la veste cangiante dell’ex libris abbandonerà la preminenza conferita all’araldica ed evocherà sempre più, al di là della gloria delle casate, l’identità del singolo, associando simboli e segni prescelti all’immagine e all’operato di una personalità individua.

Antonia Ponti Suardi (1860-1938) figlia dell’industriale Andrea Ponti e moglie del conte Gianfranco Suardi appartenente ad una delle famiglie più facoltose della provincia di Bergamo – come è consueto presso l’alta borghesia lombarda – svolse una intensa opera filantropica e di impegno nel sociale diretta a migliorare la condizione femminile e la diffusione della cultura tra le donne. Sostenitrice delle Industrie Femminili Italiane (1903), fonderà nel 1897 la Biblioteca Suardi Ponti, ovvero una biblioteca circolante che svolgeva prestito librario, dato che l’accesso alla Biblioteca civica era in quel tempo negato alla popolazione di sesso femminile. Dedicherà le sue energie alla ricerca di modelli e alla diffusione dell’arte del ricamo e del merletto: la sua collezione di oltre mille e cinquecento esemplari di merletti e ricami italiani e internazionali, antichi e contemporanei, costituita a corredo della scuola-laboratorio da lei diretta sino al 1930, è stata oggetto di una recente mostra presso il Museo del Tessuto di Prato, dal titolo Arte vera e gentile. Tale duplice vocazione, l’impegno filantropico e il collezionismo alla base del rilancio delle arti femminili del ricamo, rispondeva in realtà ad un unico impulso diretto a migliorare la vita delle donne e le loro codizioni di lavoro. Tale impegno viene fedelmente rispecchiato nell’ex libris  scelto:  lo crediamo realizzato tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Esso denuncia un gusto liberty-floreale di stile anglosassone: due cespi di girasoli in crescita rigogliosa uniscono i loro steli ad un gioco di fili o lacci che come un merletto impunturano e bordano un cartiglio su cui è inscritto il motto della contessa: “LEGGERE LE BUONE OPERE E OSSERVARLE”.

La contessa Elsa Albrizzi d’Este di Zenobio, invece, nel 1899 fu la prima donna pilota di automobile da corsa, eletta l’anno della sua fondazione presidente del club degli Automobilisti del Veneto. Proprio nel 1899 il club organizzava la corsa Padova-Vicenza-Bassano-Treviso-Padova, un percorso di 172 Km che la contessa coprì in otto ore, dodici minuti e quindici secondi, risultando seconda della propria categoria. Il suo ex libris adotta una veste grafica modernista in cui la corona comitale è usata quasi come un pretesto compositivo, tuffato nel giocoso e raffinato lettering delle due iniziali del nome “AE” sfalzate e sovrapposte, disegnate secondo il carattere adottato da riviste come l’Arte decorativa moderna e L’artista moderno.

12 – Elsa Albrizzi d’Este di Zenobio

Nell’ex libri sotto-novecentesco si rispecchia il mondo del suo possessore, racchiuso in immediata e folgorante sintesi visiva, a volte accompagnata e perfezionata da un motto tanto da poter essere assimilato in alcuni casi ad un emblema o ad un’impresa di gusto rinascimentale. Si vedano per esempio due i ex libris, appartenuti all’illustre anglista Mario Praz (Roma, 1896-1982), autore di fondamentali saggi di storia della cultura in cui mirabilmente si fonde il punto di vista dello storico della letteratura e quello dello storico dell’arte, nonché collezionista raffinatissimo: il primo ex libris risale al tempo della sua unione coniugale con Vivien Eyles (1909-1984) e raffigura due putti alati armati di arco in atto di affrontarsi giocosamente sullo sfondo di un idillico paesaggio campestre, come in una danza di amorini di Francesco Albani (1578-1660).

 

Il secondo ex libris di Mario Praz, invece, relativo alla sua sola persona, adotta la figurazione della celebre incisione di Albrecht Dürer L’uomo, la morte e il diavolo, cui associa come motto un verso dalla laudaOr se parerà chi averà fidanza? di Jacopone da Todi (Todi, Perugia, 1236 ? – Collazone, Perugia, 1306 ?): “Àrmate omo che se passa l’ora”, dove, l’avvertimento rivolto dal poeta – sostenitore del movimento spirituale del francescanesimo e avversario di Papa Bonifacio VIII – contro la sciagura della chiesa:“Armati, uomo, che passa il momento in cui tu puoi ancora scampare a questa morte; perché nessuna fu mai così dura, né altra sarà mai così dolorosa. […]”, veniva fatto proprio da Praz per alludere nel combinato con l’incisione di Dürer, ad altra ardua temperie storica e spirituale: quella della propria esistenza, in età contemporanea.

Proponiamo in chiusura di questa breve rassegna una selezione di alcuni ex libris, appartenuti all’epoca in cui tale genere di figurazione  riscosse una rinnovata fortuna: la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, quando sorsero numerose in molti paesi europei e in America le società e i clubs di amatori e collezionisti.

Diverse per stile grafico e per le rappresentazioni simboliche introdotte, queste realizzazioni vogliono suggerire solo in parte la straordinaria ricchezza delle possibilità concesse all’artista e al committente nel breve spazio del foglio inciso dell’ex libris, capace di rievocare, come in un gioco infinito di specchi, le segrete e multiple relazioni che legarono i libri alle vicende e alle passioni dei loro possessori e lettori.

 

 

 

 

 

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