FATTURE COMMERCIALI ANTICHE

Intestazione di fattura commerciale della ditta “Angelo Sciamengo”, antica confetteria, Torino, 7 marzo 1882 – Archivio Storico della Città di Torino

La fattura commerciale certifica l’avvenuta compravendita di merci o l’erogazione di servizi, in cambio di un corrispettivo monetario, tra parti contraenti. Sigla e stabilisce un insieme di dati storicamente e territorialmente determinati, e in quanto tale è un documento che condensa molteplici informazioni: l’identità degli attori coinvolti nello scambio, la qualità delle attività commerciali o industriali di cui attesta la produzione, il valore loro attribuito in seno ad un particolare e specifico mercato. Nella fattura commerciale è possibile ravvisare un frammento della storia economica di una determinata società.

L’uso di tali titoli caratterizza il consolidarsi di una società industriale in cui i protagonisti economici e le attività produttive si moltiplicano, insieme al differenziarsi dei territori di scambio e all’infittirsi delle relazioni commerciali. La loro funzione veniva assolta in età più antica da ricevute o da “polizze” in corso tra Seicento e Settecento.

Antica ricevuta di pagamento, Palermo 1792

L’importanza di tali titoli può sembrare in apparenza secondaria rispetto a documenti di maggiore o più manifesto interesse culturale, ma risulta invece evidente come il loro studio arricchisca e supporti l’indagine storica in maniera determinante, quando li si consideri uno strumento rivelatore di relazioni e rapporti, talvolta altrimenti non noti. Proponiamo solo due esempi, macroscopici, di come l’analisi di tali “fonti” documentali abbia concorso a sostanziare la ricostruzione storica, di come una ricerca che abbia avuto interesse a “seguire il denaro” si sia trasformata nella acquisizione di una molteplicità di dati e infine nell’affioramento di un nuovo orizzonte diconoscenza.

Alfonso Mirto ha illuminato la storia delle relazioni culturali tra la Firenze medicea tra Sei e Settecento e gli Huguetan, librai-stampatori di Lione (A. Mirto, Il carteggio degli Huguetan con Antonio Magliabechi e la corte medicea. Ascesa e declino di un’impresa editoriale nell’Europa seisettecentesca, Rubbettino 2005). Grazie ad un approfondito scavo archivistico l’autore ha potuto illustrare l’arrivo a Firenze di opere fondamentali, tra volumi di teologia, di argomento giuridico, saggi scientifici, letterari e filosofici, in una ricognizione archivistica basata anche sullo studio delle fatture commerciali inviate dai librai-stampatori al grande erudito fiorentino Antonio Magliabechi (1633-1714), bibliotecario mediceo, ritrovate all’interno delle cartemanoscritte del Magliabechi presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze.

Antonius Magliabechius Florentinus (1633-1714)

E proprio da una indagine che puntava al recupero archivistico delle ricevute di pagamento intercorse tra committenti e artisti nel Seicento partiva lo studio di Maria Cristina Terzaghi che, grazie alla disamina di documenti di pagamento emessi dal banco Herrera & Costa, ha potuto ricostruire parte dell’attività di protagonisti della cultura pittorica del Seicento, come  Caravaggio, Annibale Carracci e Guido Reni. Così facendo ha tra l’altro scoperto nell’Archivio di Stato di Siena uno dei rari autografi oggi conosciuti del Merisi. Si tratta infatti di una ricevuta di pagamento firmata in data 6 maggio 1602 da “Michel’Angelo Marrisi”, che recita: “Io Michel’Angelo Marrisi o riceuto di piu dal Ill.re S.r Ottavio Costa a bon conto d’un quadro ch’io gli dipingo venti schudi di moneta questo di 21  maggio 1602/ Io Michel’Angelo Marrisi” (M.C. Terzaghi, Caravaggio, Annibale Carracci, Guido Reni tra le ricevute del banco Herrera & Costa, L’Erma di Bretschneider, 2008)

Ricevuta di pagamento con autografo di Michelangelo Merisi, 21 maggio 1602 Archivio di Stato di Siena, (Fondo Origo, vol. 167, c. 1592) Dantesca, vetr. 16

Gli esempi di questo tipo potrebbero moltiplicarsi senza soluzione; ma ciò su cui vorremmo richiamare l’attenzione è il fatto che la presenza di fatture commerciali all’interno di un qualsiasi archivio fornisce uno strumento rivelatore di aspetti altrimenti ignoti del tessuto di relazioni, della identità culturale e della vita materialedi soggetti, pubblici o privati, cui lo stesso archivio pertiene.  Porre criticamente in dialogo tali elementi con il vario insieme di altre realtà documentali non può che accrescere e arricchire significativamente la nostra consapevolezza storica.

Ma veniamo ora a descrivere alcune peculiarità della fattura commerciale, così come  è venuta perfezionandosi nel corso del XIX secolo e in particolare in parallelo al prender forma del primo Codice del Commercio dell’Italia post-unitaria, emanato nel 1861.

Gerolamo Boccardo, Dizionario della Economia Politica e del Commercio (1857-1861)

Nell’opera in più volumi di Gerolamo Boccardo edita tra il 1857 e il 1861, Dizionario della economia politica e del commercio teorico – dal sottotitolo: Così teorico come pratico. Utile non solo allo scienziato ed al pubblico amministratore ma eziandio al commerciante, al banchiere, all’agricoltore ed al capitalista – si potrà leggere alla voce “Fattura (Filologia e pratica commerciale)”:

«Lista della merce venduta che il mercante dà al compratore, indicandovi tutte le particolarità relative alle condizioni della vendita, al peso dei colli, all’imballaggio ed alle spese, onde il prezzo della merce è accresciuto.

Si dà pure il nome di fattura al conto di compra di una mercanzia che un commissionario ha fatto per conto del suo committente; non che al conto di netto ricavo che un negoziante, incaricato dal suo corrispondente di vendere certe merci, gli trasmette per informarlo della detta operazione.

Le indicazioni che contengonsi nelle fatture sono fatte, per lo più, sotto la clausola salvo errore ed ommissione, abbreviata così S.E. ed O.»

Tra i modelli forniti dal Boccardo vi sono quelli più semplici, le fatture di vendite in luogo, come quella di un lotto di sessantacinque botti di “vino comune nostrale” acquistate a Genova nel 1858, da pagarsi metà all’atto della compera pronti contanti e l’altra metà alla fine del mese.

Più complesso il modello relativo a fatture di merci spedite. Un primo esempio fornito nel Dizionario citato è quello di una partita di quindici balle di caffè Haiti, acquistata in Genova da un acquirente originario di Livorno nel 1856, che si impegnava a  pagare a tre mesi dalla data di emissione della fattura la merce spedita nel porto toscano sul piroscafo Italia. Nell’accordo contratto vengono incluse – oltre al costo della merce in 15 lire la tonnellata, calcolato per libbra diversamente per peso lordo e tara –  anche le spese di ricevimento, carico e spedizione; la dichiarazione di dogana, con pagamento a cauzione; la senseria; la provvisione.

Un altro esempio, sempre esibito nel Dizionario del Boccardo, comprendente un’azione di intermediazione, riguardava la fattura di tre ballotti di Tabacco Virginiacomprati per ordine e conto di un acquirente di Genova, che sarebbero arrivati nel porto di Livorno a bordo del brigantino Buona Amicizia. Al costo della merce si aggiungevano quelli della mediazione, il porto alla nave, il diritto di sortita oltre a una commissione del tre per cento.

Il Dizionario fotografava un’epoca in cui il trasporto delle merci avveniva ancora prevalentemente per mare; ecco la ragione di costi suppletivi relativi per esempio alle lunghe operazioni di carico e scarico delle merci, che impegnavano un tempo considerevolmente più esteso rispetto a quanto accade oggi, e che comportavano un numero di operatori e una forza lavoro assai più consistente.

Il brigantino Principe Carlo della Real Marina del Regno delle Due Sicilie, 1833

Ecco dunque che in un unico documento vengono sintetizzate imprese e azioni, stime merceologiche, diritti e costo del lavoro, abitudini e convenzioni in uso, atte a testimoniare aspetti della vita economica e di particolari assetti sociali.

La fiscalità del documento, il suo valore di titolo chiamato a regolare in dettaglio le  condizioni della vendita e del trasferimento della merce, lo assimila in tutto ad una “prova giuridica”; fatto di capitale importanza e ben sottolineato nel Dizionario, che rimandava a specifici articoli del «Codice del Commercio» da poco emanato. Scriveva Gerolamo Boccardo:

«Le fatture sono titoli di molta importanza in commercio, perché, accettate dal compratore o destinatario, servono di prova legale delle vendite (art. 118 Codice del commercio, 3° al.); e perché sottoscritte dalla persona cui vengono dirette e consegnate al venditore o commissionario, divengono obbligazioni reali negoziabili all’ordine. – Se il valore delle merci assicurate non è stabilito dal contratto, può essere giustificato dalle fatture e dai libri (art. 36 Cod. comm.). Egli è perciò che ogni buon negoziante suol tenere un particolare libro delle fatture, per gli affari che compie, sia per commissione, sia per conto proprio ed in partecipazione co’ suoi corrispondenti».

Un aspetto non secondario dell’interesse rappresentato da tali titoli è costituito dal fatto che le ricevute commerciali a stampa tra la metà dell’Ottocento e la metà del Novecento si arricchiscono di intestazioni dagli eleganti ornati e da una grafica che mira a pubblicizzare e a caratterizzare visivamente l’attività commerciale descritta, spesso per mezzo di riproduzioni delle insegne o delle stesse vetrine dei vari negozi o delle varie attività reclamizzate.

L’evoluzione del commercio al dettaglio e delle attività produttive ad esso connesse   dà nuova impronta alla città ottocentesca, alle sue vie destinate al passeggio e alla concentrazione dei negozi. Nel corso del XIX secolo politiche di controllo urbanistico attente all’abbellimento cittadino attuano una vera e propriaregolamentazione delle aperture delle diverse attività sulle pubbliche vie e piazze, istituendo precisi confini tra spazio pubblico e privato. Dall’esigenza di uniformare i prospetti garantendo decoro e omogeneità visiva, e dalla necessità delle stesse attività commerciali di reclamizzare la propria merce, non più esibita all’esterno delle botteghe, nascerà il negozio moderno dotato di devantures, insegne e vetrineconcepite come un unico blocco per il risalto del locale. I profili di questi prospetti, con le loro insegne dal forte richiamo, caratterizzeranno spesso la pubblicità veicolatasulle intestazioni delle fatture commerciali, accompagnando con la distinzione incisiva di un emblema araldico, o con la sintesi di un marchio ante litteram, le carte  in cui viene siglata la contrattazione avvenuta. Il caso di Torino è esemplare: l’ex capitale subalpina, prossima alla Francia e che dagli esempi d’Oltralpe veniva mutuando stile ed eleganza, ha offerto per l’esame di tale fenomeno un osservatorio di rilievo (si veda L. Manzo, F. Peirone, Premiata ditta: devantures, fatture, réclames: aspetti del commercio, dell’artigianato e della manifattura a Torino nell’Ottocento, Archivio Storico della città di Torino, Torino 2003).

Intestazione di fattura commerciale della ditta “Perotti e Nigra”, tessili d’ogni genere, Torino, 7 marzo 1882 – Archivio Storico della Città di Torino
Fattura commerciale della ditta “Pietro Negri”, tessili, Torino, 20 giugno 1876

Raccogliere e collezionare tali materiali può voler dire quindi disporre di elementi utili a illuminare aspetti poco noti o sommersi della storia di una città, di un paese, di un contesto culturale e di un particolare scenario  economico.

È quanto ha fatto l’Archivio Storico della Città di Torino, in cui sono confluiti materiali provenienti da ricche collezioni private, come la raccolta Simeom o quella più cospicua di Michele Falzone del Barbarò. Da tali collezioni è giunto presso l’Archivio torinese un interessante insieme di fatture  commerciali di negozi e attività del capoluogo subalpino, datate tra la metà del XIX secolo e i primi decenni delsuccessivo, che consentono di ricostruire un panorama delle attività cittadine dal volto oggi mutato o del tutto scomparso.

È evidente come all’interno di un archivio dedicato alla storia della città tali elementi possano venir coniugati, attraverso lo studio e con azioni di valorizzazione, in modo vario, inaspettato e  significativo. Diverse iniziative espositive promosse dall’Archivio torinese hanno consentito infatti una suggestiva esplorazione delle più diffuse realtà commerciali e produttive cittadine – la cui ubicazione nella topografia urbana è stata richiamata in essere proprio dalla esibizione delle fatture commerciali radunando ed esponendo tali testimonianze per singole tematiche, come ad esempio è avvenuto in occasione della mostra dedicata alle ditte attive nella produzione e nella vendita di mezzi di trasporto, dalla bicicletta al tram storico all’automobile, la cui evoluzione ha segnato  la storia e la crescita non solo di Torino, ma dell’intera nazione.

Come possiamo notare, nel messaggio pubblicitario insito nella grafica della Società Anonima Vendita Autoveicoli, FIAT, del 1926, qui allegato, potremo ravvisare aspetti qualitativi dell’immagine connessi alle trasformazioni del costume della società, dal forte richiamo per gli stessi  fruitori di quello che a inizio Novecento era ancora in assoluto un bene di lusso. L’automobile vi è rappresentata infatti come un mezzo per allietare il tempo e lo svago di giovani sportivi e di donne indipendenti e à la page, piuttosto che esser raffigurata come semplice mezzo utilitario.

Intestazione di fattura commerciale della “FIAT S-A-V-A” Torino, 1926

Guardando le intestazioni delle antiche fatture commerciali, la nostra attenzione potrà essere attratta dalla ripetuta ed enfatica rappresentazione di vedute prospettiche a volo d’uccello di stabilimenti imponenti e lindi, di edifici di fabbriche e manifatture su cui sovente svettano ciminiere fumanti, simbolo di progresso e alacrità nell’incessante ritmo dell’attività industriale. È stato infatti ironicamente sottolineatocome sulle carte di vecchie fatture commerciali “anche se si tratta di industrie che fabbricano stecchini da denti, si veggono almeno una dozzina di ciminiere, raccordi ferroviari, furgoni allineati per la spedizione e via dicendo. E sopra a tutto questo complesso di opere immaginarie, le solite medaglie d’oro guadagnate quasi sempre a Brusselle o Parigi” (Estratto dal giornale “Il Telegrafo”, Livorno, 14 giugno 1942).